Black Hat SEO: tecniche di posizionamento aggressive

I Wear The Black Hat cover

Il Black Hat SEO è il nome collettivo che indica un insieme di strategie SEO scorrette dal punto di vista concorrenziale ( ma generalmente non illegali), in quanto punta al posizionamento del proprio sito in alto all’interno della serp in tempi rapidi e attraverso dei metodi che cercano di trarre in inganno gli algoritmi di Google. I processi algoritmici, infatti, hanno il compito di filtrare i contenuti qualitativamente migliori presenti nella rete e posizionarli all’interno di una gerarchia che possa fornire agli utenti del web dei risultati in grado di soddisfare le loro necessità, nel modo più esaustivo possibile.

In poche parole, coloro che fanno utilizzo delle tecniche di Black Hat SEO, riescono a ingannare i filtri Google spacciando contenuti scadenti o mirati solo al guadagno, per risultati pertinenti, scavalcando la concorrenza in maniera sleale.

Chi ne fa uso è in possesso sia di conoscenze basilari, come ad esempio il funzionamento delle ricerche Google, per sfruttarle a proprio favore e costruire dei contenuti su misura per il bot di Google; tale compito è reso più semplice anche dall’esperienza acquisita nel campo in prima persona. Spesso però, chi fa affidamento sul Black Hat SEO sono anche gli inesperti, che vedono nei suoi mezzi l’ausilio necessario per raggiungere gli obiettivi preposti.

Tuttavia, anche se le strategie appartenenti a questo ramo del SEO possono fornire risultati immediati, nel lungo termine possono portare ad importanti penalizzazioni. Inoltre, come in ogni rapporto di interazione che ci sia tra venditore e cliente, tra giornalista e lettore, tra pari, l’elemento chiave è la fiducia, che si può costruire solo gradualmente e tramite il lavoro sodo di chi è intenzionato ad apportare beneficio e positività nella vita dell’altro. E’ opportuno ricordarsi che, come mostrato da numerosi esempi di vita quotidiana, solo tramite la qualità che deriva dalla dedizione e dall’affidabilità si può ottenere successo e si può monetizzare su lungo termine.

Ecco che allora vi illustriamo alcune delle tecniche di Black Hat SEO che promettono oro, ma che in realtà risultano essere un buco nell’acqua, in modo particolare se ciò che contraddistingue la vostra attività sul web è imprecisione, superficialità e frettolosità.

Principali tecniche Black Hat SEO:

KEYWORD STUFFING

Google mette allo scandaglio più di 200 variabili per attuare un’accurata selezione dei contenuti e poterli posizionare in base alla propria pertinenza, e il pubblico conosce solo una piccola parte di queste. Il resto infatti rimane riservato a una piccola squadra di dipendenti della Mountain View, per tutelare una sana concorrenza sul web. Una di queste variabili riguarda la presenza massiccia di keyword correlate alla propria ricerca. Molti utilizzatori del Black Hat SEO sfruttano questa conoscenza, creando dei testi pieni zeppi di parole chiave ripetute così tante volte da creare dei testi che risultano inorganici a causa della ripetizione ingiustificata di quest’ultime, in frasi che risultano essere così forzate. Talvolta a causa dell’utilizzo di strutture composte con elementi lessicali mancanti, in modo che corrispondano esattamente al linguaggio abbreviato che si usa nelle ricerche Google, con un risultato che penalizza il significato non solo delle parole per cui ci si vuole collocare, ma del testo proposto nella sua totalità.

Esempio:

ricerca: casa affitto Milano

testo proposto sul website: “ Il costo medio di una casa affitto Milano si aggira intorno ai … “

invece di “ Il costo medio di una casa in affitto nella città di Milano si aggira intorno ai … “

Si consiglia perciò di attenersi a un naturale flusso del discorso, marca di chiarezza espositiva.

 

CLOAKING

Il cloaking è una strategia SEO in cui si mostrano due pagine diverse all’utente e al motore di ricerca con il fine di collocare dei contenuti in una posizione apprezzabile all’interno della serp. Da notare che, tali contenuti dentro queste classifiche non dovrebbero comparire in quanto trattano argomenti non congrui con la ricerca dell’utente.

 

DESERT SCRAPING

Il desert scraping sfrutta in primo luogo l’indicizzazione su Google. In poche parole, l’esperto di SEO individua contenuti appartenenti a domini ormai scaduti, quindi non più visibili in rete. Ciò gli consente di appropriarsi di tali contenuti in modo sleale e riutilizzarli per le proprie campagne, senza rischiare particolarmente di incorrere in penalizzazioni per contenuto duplicato.

LINK FARMING

La traduzione letterale di “link farm” è fabbrica di link e indica sia singole pagine che siti web originariamente usati in maniera lecita come cataloghi, la cui funzione col tempo è degenerata in strumento utile per il Black Hat SEO, in quanto ha come scopo quello di accogliere una lista di link di siti vari per poterne accrescere la visibilità sui motori di ricerca.

 

PBN

I PBN ( Private Blog/Backlink Network ) hanno lo scopo di posizionare i propri contenuti in una collocazione di primo piano all’interno della serp, senza e prima che avvenga il processo di link earning. La logica è quella di possedere un ampio numero di siti web sui quali costruire complesse catene di link tra di loro, in questo modo si ottiene un numero elevato di backlink in poco tempo.

 

Conclusioni

Tutte le tecniche trattate sono adatte per fare Black Hat SEO, esse consentono infatti di ottenere visibilità in tempi rapidi, ma è quasi scontata una penalizzazione nel medio/breve periodo.

Il giusto compromesso resta quello di offrire dei servizi validi, con contenuti originali e di qualità, che possano realmente interessare a chi legge, ciò porterà ad una crescita naturale di traffico organico. Inoltre, nel momento in cui si è certi che il proprio sito web sia completo e di qualità, sia dal lato tecnico che dal lato editoriale, si possono lanciare delle campagne SEO atte ad accelerare il processo di posizionamento, ma senza esagerare ed organizzando intelligentemente la fase di link building, cruciale per scalare la serp.


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